i miei pensieri, nell'etere
venerdì 22 maggio 2009
Lo so che il mio amore è una patologia
Mi piace l'odore della tua pelle. E mi piace l'odore della tua pelle quando hai preso quel po' di abbronzatura che te la rende colorita; non scura, ma più dorata. Mi piace il sapore della tua pelle. E mi piace il sapore della tua pelle quando arriva quella certa ora, nella giornata, che rende più imperfetti di quanto sicuramente lo si era alla mattina presto, prima di passare in mezzo al traffico, alle telefonate di lavoro, ai pranzi veloci siano essi fatti a casa o in ufficio, alle decine di pagine viste al computer, alla spesa dell'ultima ora, alla vita. Mi piace che il tuo odore e il tuo sapore si mischino. E mi piace che il tuo odore e il tuo sapore si mischino su di me.
Mi piacciono le tue braccia. Mi piacciono le tue mani, quando passano sopra le cose per togliere quel po' di polvere che le avvolge. Mi piacciono le tue guance. E mi piacciono quando si strofinano contro le mie.
Mi piace il tuo naso. Mi piace la tua bocca. Mi piacciono i tuoi denti. E mi piacciono quando si aprono per pizzicare me.
Mi piace la tua voce. Mi piace quando è vicina a me. Mi piace quando ridi. E mi piace quando ridi con me.
Mi piacciono le tue camicie. E mi piacciono le tue maglie. Non mi piacciono sempre le tue scarpe. Ma mi piace quando le fai muovere per arrivare a me.
Mi piace il tuo collo. E mi piace quando hai la barba incolta. Non mi piace quando la tua barba mi punge. Ma mi piace che il segno rosso che mi rimane dopo sia indice del fatto che sei stato su di me.
Mi piace ascoltare le canzoni insieme a te. Non mi piace che ogni tanto abbassi il volume, e chissà poi perché. Ma mi piace che qualsiasi musica presente, con più o meno watt, lo sia mentre siamo presenti anche io e te.
Mi piace quando mi cerchi. E mi piace sapere che quando non ci sono ti manco. Non mi piace sempre che tu manchi a me. Ma mi piace l'assenza, perché poi la posso riempire con te.

E poi Mister U si rigirò nel letto, spostandosi lievemente dalle braccia di Miss I. Non si svegliò, ma il suo movimento bastò a interrompere la di lei pensierosità. Miss I allungò giusto un braccio per arrivare all'interruttore della lampada sul comodino, e fece buio. Su tutto.



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venerdì 24 aprile 2009
Daffodils [too romantic?]
Dalle finestre aperte entravano schiamazzi di bambini alle prime armi con i gradi un po' più alti della stagione nuova e le urla dei vicini, cui era talmente abituata che ormai si sarebbe stupita di non sentire le imprecazioni che si rivolgevano reciprocamente, e non il contrario. Comunque il volume dello stereo consentiva di non prestarci nemmeno troppo caso. Abbassò un po' la tapparella per evitare di dover guardare in faccia il sole che si stava mettendo allo stesso livello degli uomini, e notò che la pelle un po' le si appiccicava alla t-shirt leggermente umida in certi punti. Che la primavera non avesse deciso veramente di iniziare?
Si voltò di scatto quando sentì suonare il campanello, ma non andò al citofono a domandare chi fosse; lo sapeva già. Aprì sicura la porta e lo trovò così, intento a tirarsi su la manica di una camicia, con uno sguardo impegnatissimo verso il polsino rivoltato affinchè il risvolto fosse il più preciso possibile; il braccio destro impegnato tanto quanto lo sguardo e quello sinistro teso a impugnare un mazzo di giunchiglie profumate. Mr U non si accorse nemmeno che Miss I avesse già aperto la porta e se ne stesse lì, in attesa di essere notata...
Al terzo, no, quarto risvolto Mr U alzò lo sguardo con fare distratto, e la vide.
- Oh... ehm... -, furono gli unici mugolii che gli uscirono fuori in quel momento. Si era preparato qualcosa da dire, ma non gli ritornò subito alla mente...
Risolse sfoderando uno dei suoi sorrisi più irresistibili, tese ancor di più il braccio fiorito verso di lei e poi recitò... no, non recitò nulla. Abbassò le braccia deluso e, scocciato, se ne uscì con un "Fanculo!" che rivolse a se stesso e a quello che aveva dovuto essere un vano tentativo di ricordare una qualche poesia.
- Volevo essere romantico, ma... nessuna poesia scritta dalle mani di un altro uomo potrebbe addirsi a te... e a me... E non ho mai avuto buona memoria per le frasi in rima.
Il suo irresistibile sorriso riemerse di nuovo. Le appoggiò il mazzo di fiori dietro la schiena, perché era l'unico modo per riuscire a tenerlo ancora in mano mentre la stringeva contro il suo petto.
- Come mai le giunchiglie?! -, gli domandò Miss I voltandosi leggermente per riuscire a coglierne l'odore fresco e approfittandone per nascondere l'inizio di una risata, - E' per il profumo?
- Non è per il profumo, è per come suonano in inglese.
Miss I non cercò più di nascondere nè la contentezza nè il divertimento. Forse non era nulla di speciale, forse era semplicemente... banale, ma per lei non lo era mai [quando si trattava di loro]. Lui sapeva essere anche romantico e, sì, sapeva esserlo in modo anomalo. E lei... beh, forse lei lo era anche troppo.
Oltrepassarono l'aldiquà dell'uscio silenziosamente, tanto c'era la musica proveniente dallo stereo a parlare per loro. E non ci vuole molta fantasia per immaginare come Strange currencies alle loro orecchie suonò dolce come non mai, come una poesia non ricordata e mai pronunciata, come i loro fiori in inglese...



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lunedì 2 marzo 2009
L'eterno è relativo
Che si tolgano le parole. Che si tolga il sesso. Che si tolgano, sì, che si tolgano anche i baci. Che si tolgano anche quelli. Che si tolga la televisione, accesa su qualche canale, non si sa dove. Che si tolgano le omelettes che uno dei due - o forse entrambi? - stava cercando di cucinare, e con scarsi risultati... Che si tolgano i vicini, con le loro urla da litigio per chissà cosa che oltrepassano le pareti. Che si tolga quello spiffero di aria fredda che passa attraverso la finestra lasciata un po' aperta per far andar via l'odore di uova miste all'olio caldo. Che si tolga... tutto. E che si tolga soprattutto il tempo. Che lo si fermi, per favore. Che Mr U e Miss I possano rimanere attaccati l'uno alle guance dell'altra per una successione di istanti in(de)finita. Proprio così, i n d e f i n i t a. Perché non ne possono più di staccarsi dall'altrui corpo. Non ne possono più, ogni volta. E non gli importa dell'odore di uova miste all'olio caldo che si attenua con lo spiffero che arriva dalla finestra aperta. Non gli importa delle urla da litigio per chissà cosa dei vicini che oltrepassano le pareti. Non gli importa che le omelettes stiano venendo con scarsi risultati per colpa di quello, o di quella - o di entrambi? - che le stava cucinando. Non importa su quale canale fosse accesa la televisione; d'altronde nessuno la stava guardando. Non importano i baci. Non importano, no. Perché non sono sempre necessari. Non importa il sesso. E non importano le parole. Loro vorrebbero solo stare a toccare l'altrui pelle con la propria pelle, così, ad occhi chiusi. Con la faccia. Con le mani. Coi capelli. E non si può in eterno. Eh, si sa. Che l'eterno è un concetto relativo. Ma almeno ci si prova, a realizzarlo. Almeno per un po'.
Almeno fino a quando non si sente l'odore di bruciato: le omele
ttes sono da girare.



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sabato 7 febbraio 2009
And you, smoke
C'erano gocce di umidità appese ai fili di un stendino sul balcone. Un ombrello rotto finito in mezzo alla strada. E tanto, tanto freddo.
Miss I vide tutto questo come se appesa a quei fili ci fosse anche lei; come se in mezzo alla strada, rotta, ci fosse anche lei.
Lei. Non fumava. Quasi mai.
Lui. Aveva dimenticato il suo pacchetto di sigarette sul divano. Era andato a incastrarsi tra due cuscini. Forse il giorno prima, quando una mano, un collo e una lingua si erano ritrovati all'incirca all'interno delle stesse coordinate spazio-temporali.
Il giorno seguente al giorno prima Miss I rimase davanti alla visuale di un mondo silente e grigio. Sguardo immobile, pensieri fluidi. Nemmeno quelle gocce accennavano a staccarsi da dov'erano. La sensazione era quella dell'eterno riposo.
Aprì il pacchetto di sigarette di Mister U e ne estrasse una. Sapeva già che a metà si sarebbe interrotta. Sapeva già che, finito di fumare, l'odore di nicotina tra le dita le avrebbe dato fastidio. Perché quelle erano solo le sue dita, non quelle di Mister U. Sapeva che era di lui che stava cercando un surrogato.
Così appiccò la fiamma. Il tabacco si incendiò e un rivolo di fumo sottile cominciò a salire verso l'alto.
Non le sue mani, ma almeno i suoi gesti. Non il suo respiro, ma almeno il suo fumo.
Anche se lei non fumava. Quasi mai.



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lunedì 26 gennaio 2009
Il dubbio
Un lungo incessante cadere. Da qualche parte passa un treno. Da qualche parte la pioggia fa rumore, perché va a morire sul tettuccio di una macchina e sull'asfalto, intorno.
Lo senti? Lo senti che sta piovendo?! Lo senti anche tu? O lo sento soltanto io?
Se non ci fossero superifici su cui cadere, la pioggia non avrebbe suono.
Mi guardi come se tu non lo sentissi. Mi guardi come se non ti accorgessi che sta piovendo. Eppure. Piove. Piove sopra di noi. Ci sta piovendo addosso. Non te ne rendi conto?
Ci si accorge della pioggia solo perché fa rumore.
Non mi guardare così, è peggio. E' peggio, se mi guardi così! Ma com'è possibile che tu non te ne accorga? Com'è possibile che solo io mi stia accorgendo che ci piove addosso?!
Senza superfici su cui finire, ci si potrebbe rivolgere alla pioggia con il verbo "cadere"?
Anche un bacio può rovinare la vita. Chi l'ha detto? L'ha detto forse qualcuno? O Forse l'ho pensato io, la prima volta che t'ho baciato. Forse l'ho...
E si baciano. Poi si baciano. E continua a piovere. Fuori continua a piovere. Mentre dentro lo scrosciare regolare della pioggia diventa un suono continuo, quasi un fischio, nelle loro orecchie, nelle loro menti. E si annulla, perché non c'è più nient'altro. Torna a non esserci più altro.
Ed è vero che anche un bacio può rovinare la vita, lo è. Ma non in questo caso. Non è il loro caso. Non c'è pioggia e non c'è rovina, ora, per Mr U e Miss I.



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sabato 27 dicembre 2008
Esperimento di verità
Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere una storia alla Paul Auster. Oddio, non proprio da sempre. Da un anno, però, sì. Da quando qualcuno mi lesse alcuni dei suoi racconti ad alta voce; a me e ad un'altra platea di aspiranti scrittori.
Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto incontrare qualcuno facendo una delle cose che più mi piace fare, come mentre si sta gironzolando tra gli scaffali di una libreria in attesa di un libro da scegliere o di uno da cui essere scelti. Oddio, non poprio da sempre. Almeno da oggi pomeriggio, quando mi è successa una cosa che avrebbe potuto far accadere entrambi i desideri.
Me ne stavo tra i corridoi affollati di una libreria in centro. Non mi piacciono le librerie affollate, perché preferisco avere un po' di tranquilllità intorno, mentre me ne sto lì a guardar copertine e leggerne le quarte di; ma a Natale mi è stato regalato un buono da spendere in una specifica libreria del centro, che di sabato pomeriggio altro non può essere che affollata, e così, non vedendo l'ora di andare ad acquistare un po' di titoli, non ho saputo aspettare fino ad un giorno potenzialmente più tranquillo e mi sono buttata in mezzo alla calca.
Non ho idea di quanto tempo sia rimasta lì dentro prima che accadesse e dopo, forse un'eternità. E' incredibile quanto ci si possa perdere fermandosi a leggere solo le trame di quelli che saranno libri interi. Saltavo con gli occhi e talvolta anche con i polpastrelli da un libro all'altro, quando il mio sguardo è capitato sul profilo di un ragazzo. Non saprei dire se fosse un bel ragazzo o meno, so solo che il suo profilo mi ha colpito e non posso aggiungere altro, perché in tutto il tempo che sono stata lì, e che c'è stato lui, non mi è mai capitato di guardarlo di fronte. Però so dire che portava un paio di pantaloni arancioni, forse uno di quelli in velluto a costine (ma non potrei giurarci) e un paio di scarpe stile Camper. Ci siamo trovati di fianco l'uno all'altra come minimo tre volte. Devo ammettere che almeno in una di queste devo averlo fatto apposta, di trovarmi accanto a lui e di mettermi a guardare proprio i libri che stava guardando anche lui. Devo ammettere che almeno in una di queste volte devo aver sperato che anche lui mi avesse notato e che anche lui sperasse di trovarsi nuovamente vicino a me.
Di tanto in tanto ne ho perso la scia. Colpa della troppa gente presente nella libreria; colpa del suo saltarellare tra uno scaffale e l'altro, tra una sezione e l'altra. Colpa mia, che non avrei saputo riconoscerlo, se visto di fronte. Tenevo gli occhi bassi per poterlo identificare: notavo le sue scarpe e i suoi pantaloni arancioni; da quelli sì che riuscivo a ritrovarlo.
Eravamo lì, l'una accanto all'altra, quando ho preso un libro in mano ed ho iniziato a leggerne la trama; non che mi interessasse particolarmente, credo anche di averlo scelto quasi a caso, ma mi serviva un pretesto per poter stare esattamente lì dov'ero; esattamente lì dov'era lui. La prima riga, la seconda riga, la terza riga... sono andata avanti, perché non riuscivo a credere che quel libro parlasse proprio di noi. Proprio così, parlava di me e lui! Di un ragazzo e di una ragazza che si incontrano all'interno di una libreria e si seguono l'un l'altra, senza fiatare; senza che nessuno dei due parli. Senza sapere se, effettivamente, tra di loro ci sia un interesse reciproco o se la loro presenza lì sia solo frutto del caso. Ho pensato che doveva essere uno di queli libri cui ci si appassiona subito, del quale si vorrebbe conoscere immediatamente la fine, tanto lo si trova intigrante; ho anche pensato che la coincidenza era così assurda che non potevo uscire di lì senza averlo dentro un sacchetto. Devo aver pensato troppo, perché nel mentre - in tutto quel mentre - che la mia attenzione era stata focalizzata dal quel libro, il ragazzo dai pantaloni arancioni e dalle scarpe in stile Camper era sparito. Dissolto. Ho provato a cercarlo ancora in mezzo alla folla, ma non potevo riconoscerlo dal viso, non avendolo mai visto per intero. Ho provato a cercarlo tra le braghe e le scarpe della folla, ma niente. Doveva aver fatto la sua scelta, doveva averla pagata alla cassa e poi doveva essere uscito per proseguire altrove, esattamente come fanno tutti gli acquirenti. Così ho pensato che non mi rimaneva che fare altrettanto.
Ho preso il libro che parlava di noi, di me e di lui, l'ho pagato e me ne sono uscita da quella libreria con il mio sacchetto in mano. Probabilmente non mi capiterà più di incontrarlo. O se lo incontrerò nuovamente può darsi che non mi capiterà di riconoscerlo dal viso. Magari sarò in grado di riconoscerlo dalle scarpe e dai pantaloni, ma forse allora non me ne ricorderò nemmeno più.
Sono uscita da quella libreria con il mio sacchetto in mano. Sono arrivata alla macchina e ho tirato fuori le chiavi. Mentre salivo ho notato un ragazzo che se ne stava lì in piedi, nel parcheggio, forse a fumare una sigaretta. Ho notato che si è appuggiato ad un'auto. Ho notato che continuava a starsene lì. Ho notato che mi aveva notato. E continuava a rivolgere il suo sguardo verso di me, anche mentre io mi allontanavo da quel parcheggio in prima, e poi in seconda. Mentre proseguivo per altrove mi sono messa a pensare che, forse, quel ragazzo aveva sempre pensato di incontrare qualcuno standosene semplicemente in piedi sul suolo di un parcheggio. Ho pensato che, forse, andondemene via, avevo infranto il desiderio di quel qualcuno, come il qualcuno della libreria aveva infranto il mio andando via prima che io potessi accorgermene. Ho pensato che non mi importava più di tanto, perché nel mentre che lo pensavo ero già troppo lontana. E perché, sinceramente, non ho mai pensato che mi sarebbe piaciuto conoscere qualcuno semplicemente per la nostra compresenza sul suolo di un parcheggio.

Non so se quello che mi è successo oggi è degno di essere definito "storia". Non so nemmeno se avrebbe potuto far avverare i miei due desideri. A pensarci bene, non posso nemmeno affermare con certezza che sia una storia vera... Ma questa è una delle ultime cose di cui ci si debba preoccupare.
Nessuna storia è falsa finché una sola persona ci crede.


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mercoledì 10 dicembre 2008
A volte serve uno stimolo
Perché non sempre si riesce a trovarlo da soli. Perché a volte serve qualcosa che tiri un po' su... Perché a volte serve qualcuno che ci aiuti a tirarci su. Così oggi Fra mi ha proposto un "esercizio". Mi ha fornito l'incipit di qualcosa e mi ha detto: continua tu; buttaci una storia dentro. E così eccolo qua, il mio stimolo. Mi ha aiutato a passare un po' meglio il pomeriggio; mi ha aiutato a passarlo. Il pezzo in rosso è l'incipit di Fra. Il resto è opera mia.
Et voilà.


Le giornate del cazzo hanno il sapore della neve. Io ho sempre detto che la neve aveva un buon sapore, a discapito di quanti dicessero che non sapesse di nulla. Per quello ho sempre pensato che le giornate del cazzo, alla fine, fossero per me quello che non erano per gli altri: il buon motivo per trovare un senso là dove sembrava non ce ne fosse.


Le giornate del cazzo hanno il sapore della neve. E non osate credere a quelli che dicono che la neve non ha sapore. Perché le cose sono due: o non hanno le papille gustative abbastanza sviluppate per poter esser in grado di coglierne il gusto, o non l’hanno mai assaggiata. Ma io mi domando: come si fa a non aver mai assaggiato la neve? E’ una delle prime cose che si dovrebbero fare da bambini. E’ una delle prime cose che si dovrebbero fare appena si ha acquisito un minimo di equilibrio necessario per poterci sguazzare dentro, alla neve. E’ una delle prime cose che si dovrebbero fare, per poi poterle rimpiangere da grandi, e magari per poterlo fare proprio in una di quelle giornate del cazzo.


Le giornate del cazzo hanno addosso il freddo della neve. Quel freddo bastardo, che non riesci a coprire nemmeno con due coperte addosso, nemmeno con il più caldo dei maglioni che hai nell’armadio; nemmeno con il migliore dei propositi. Io ho sempre detto che anche il freddo aveva un suo motivo d’essere, che non è inutile come si potrebbe pensare. Perché prima di arrivare all’intorpidimento, il freddo serve a mantenere svegli. Perché non ci si può addormentare se si sente freddo. Perché è lo stimolo a correre, quando tutto intorno sembra essere fermo e sembra volerti portare allo stesso stato, all’immobilità. C’è quell’attimo, quell’attimo prima di perdere la sensibilità alle dita dei piedi e poi delle mani, quello, quell’attimo è l’attimo cruciale: quello in cui puoi cambiare le cose. E puoi sperare di riuscire ad arrivare dentro, al caldo, prima che la circolazione sanguigna rallenti ancora, ancora un po’. O puoi cominciare a renderti conto che non hai la forza per correre e metterti in salvo. Ecco a cosa serve il freddo. A capire.


Le giornate del cazzo hanno il freddo della mancanza. Quella mancanza assurda che senti delle persone quando non le hai vicine, o non le hai vicine abbastanza. Quella percezione di assenza che è talmente forte da farti cadere ogni difesa e da fartene fregare se sembrerai debole quando pronuncerai un paio di parole. Mi manchi. E’ una delle cose più semplici da dire, e così difficile, eppure. Perché se dico che mi manchi significa che avverto la tua assenza, che non ci sei, o non ci sei abbastanza. E la consapevolezza non sempre è una virtù. Dio, beata ignoranza.


Le giornate del cazzo hanno il grigio dell’oscurità. Di quel buio che fuori non è ancora arrivato, ma l’essere del quale è una certezza. Hanno il grigio di quell’oscurità che è già all’interno di questa stanza, nonostante la luce accesa e i vetri sui muri che si affacciano di fuori. E’ il grigio di quando tutto è buio e si ha paura di quello che non si vede, di quello che non si riesce a vedere. E allora si tengono gli occhi spalancati, sperando nel senso dell’istinto e del tatto. Continua ad essere tutto buio, ma dopo un po’ gli occhi si abituano a vedere. Ti accorgi che forse quello che non c’è, o quello che sembra non esserci, non fa più così paura. Forse, riesci anche a muoverti, in quel buio. Basta essere previdenti. Basta mettere le mani avanti.


Le giornate del cazzo hanno l’odore della neve. Io ho sempre detto che la neve aveva un buon odore, a discapito di quanti dicessero che non profumasse di nulla. E non osate credere a chi sostiene questo, a chi non ha olfatto abbastanza fine da poterne respirare la fragranza o da chi non abbia mai provato a farlo. Nonostante tutto, io ho sempre pensato che le giornate del cazzo, alla fine, fossero per me quello che non erano per gli altri. Un sapore. Una sensazione. Una presa di coscienza. Una tonalità. Un’estensione del tessuto dei polmoni. Anche una cosa qualsiasi. Perché non è detto che non si possa trovare un senso in una cosa qualsiasi. Non è detto che non lo si possa trovare anche in un giorno del cazzo. Non osate credere in chi dice il contrario.





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domenica 30 novembre 2008
Notturno romanzato
Aveva trascorso un sabato claurtrofobico. O forse era stata solo la sensazione a farglielo avvertire come tale. Era uscita controvoglia, ad un certo punto, solo per respirare un po'd'aria; e, sì, forse anche un po' di quella pioggia che rovinava le cose, quando doveva uscire. Aveva pensato che le condizioni metereologiche avverse avevano un loro fascino, ma quando le si stava a guardare da dietro la finestra, nel caldo ovattato della propria abitazione. In situazioni differenti da quella, invece, non facevano altro che peggiorare il suo labile umore.
Più tardi, nella serata, si mise a lavare i piatti che era già quasi ora di uscire, nuovamente. Valutando che l'avverbio - qui usato per definire il ripetersi di un moto da luogo - si riferiva, in effetti, anche alla ripetuta non volontà di andare, tramutata in qualcosa di potenzialmente positivo, semplicemente per fare un dispetto alla volontà di restare. Così terminò di asciugare il lavello quando, in realtà, sarebbe già stata ora di passare dal dentro al fuori, ma se la prese con calma; con molta calma.
Fuori di lì, convenne definitivamente con i pensieri effettuati da qualche giorno a quella parte, quando progettava di comprare un paio di stivali nuovi, e la convenzione arrivò nel momento esatto in cui, in seguito al passaggio su di una pozzanghera d'acqua mista a neve, sentì che il piede sinistro non era più lo stesso. Un po' più umido, e forse proprio un po' più bagnato. Ma, non volendo darla vinta al peggioramento del cattivo umore, si autoconvinse che si trattava solo di umidità, e cercò di non pensarci più.
Propose di andare in un locale tranquillo, dove avrebbe potuto prendere un the caldo, non avendo l'intenzione di ingurgitare null'altro. E con, non immenso, ma almeno sufficiente dispiacere, sì pentì un po' di quella proposta quando, una volta giunta lì insieme al resto della compagnia, ricevette la comunicazione, da parte di uno dei camerieri, che l'orario di chiusura era previsto per la mezzanotte. Niente male, considerando che il suo e gli altrui di dietro si erano accomodati su quelle sedie alle 23,30 passate...
Dopo meno di un'ora si ritrovò lì, da dove, per certi versi, non sarebbe voluta andar via. Infilò il pigiama e si coprì con altre due coperte. Avvertiva un freddo pungente, di quelli che suggeriscono di trovare una posizione e di non cambiarla, se non si vuole rischiare di essere punti ancor di più; avvertiva così tanto freddo da pensarci più e più volte, prima di convincersi ad alzarsi ed andare in bagno; temeva gli spostamenti d'aria.
Passò al computer un po' d'ore, ringraziando chi, da qualche altra parte, aspettando una telefonata dal Messico, rimase sveglio a sua volta, intrattenendola in chat. L'avere le mani occupate sulla tastiera la distraeva un po' dalla paura. Paura di non si sa bene cosa, ma pur sempre paura. Forse era solo paura di avere paura, e fu quando lo razionalizzò che sentì calare un po' di tensione, e ci pensò meno; sempre meno. La mente umana è strana, a volte crea anche quello che non esiste, complicando ulteriormente la vita. Lo aveva sempre pensato.
Verso le quattro del mattino la stanchezza cominciò a bussare alla porta delle sue palpebre, così fece che salutare il suo compagno di avventure internautiche, spense il computer, e si accucciò sotto le coperte, con la televisione ancora accesa su qualche sconosciuto programma notturno. Di tanto in tanto il suo cervello le impose di svegliarsi, per sicurezza, ma poi il sonno ebbe la meglio, su tutto, anche sul senso d'allerta. Non sentì nemmeno più il freddo.
E fu così che avvenne il passaggio dal sabato alla domenica.




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giovedì 24 gennaio 2008
U&I
Mr U: Non mi dai nemmeno un bacio?

Miss I: Non credo che te lo meriti.

Mr U: Dai, non fare l'antipatica... Lo sai che abbiamo poco tempo...

Miss I: Non m'importa. Preferisco ricevere un tuo pensiero che un tuo bacio. E sono così pochi i pensieri che mi dedichi...

Mr U si avvicina a Miss I. La guarda diretto. Ma non sorride. E non è nemmeno serio. Non vuole baciarla a tutti i costi. Ma le vuole bene, e vorrebbe che lei riuscisse a capirlo.
Miss I ricambia lo sguardo. Vorrebbe rimanere impassibile, ma non riesce a fare a meno di notare che, con la barba fatta, Mr U ha un viso di seta. Ora non sa se la sua attenzione è attirata più dagli occhi, che lei adora, o dalla pelle intorno alla bocca. Gli appoggia la mano sul volto, e prende a sfiorargli la bocca con il pollice.
Mr U schiude le labbra delicatamente, in un modo che ricorda una farfalla quando si alza in volo dai petali di un fiore. Miss I pensa che non importa più nulla, adesso.

Quando torneranno a casa, U&I sapranno ciascuno dell'altrui saliva. Miss I attaccherà stelle sulle pareti di camera sua, per riempire uno spazio sentito troppo buio. E a Mr U dispiacerà di confondere quel gusto con l'aroma di una sigaretta.


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