i miei pensieri, nell'etere
giovedì 19 marzo 2009
Cose pensate mentre ero al lavoro oggi
- Detesto andare in bagni che non si possono chiudere a chiave [specialmente quando un intero rotolo di cartigienica cade nel water prima di aver tirato l'acqua e si spera fortemente che nessuno apra la porta proprio mentre lo sto trando su...].

- Questa frase è bella. Me la ricorderò e la scriverò da qualche parte [dimenticata dopo nenanche un'ora].

- Detesto non aver argomenti di cui parlare quando all'interno di una stanza si rimane solo in due. 

- Che brutta [pensato guardandomi allo specchio del fatidico bagno].

- Fino alle 5 non mi passa un cazzo. Forse posso tirarmi su di morale, se ascolto All these things that i've gone... a basso volume [13,37_pausa pranzo].

- Dovrei ascoltare con più attenzione gli album che scarico. Bianca, degli After, è bellissima.

- Chissà se qualcuno pensa a me in questo istante? [E io? Penso a qualcuno, io?]

- Ma perché arriva sempre qualcuno a rompere il cazzo mentre io ascolto la musica?! [Lo sapevo che avrei dovuto ricordarmi di prendere gli auricolari]. - Il prossimo computer sarà un Mac da 13'' [il prossimo lavoro sarà un lavoro che mi consentirà di comprarmi un Mac da 13''].

- Ma quando si va in pausa??? - Avrei bisogno di cibo [o almeno di una caramella, boia faus!].

- Bisogna trovare un modo per sdramatizzare, a volte [le liste stupide sono uno di questi modi].



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posted by buИCiA at 21:21 | Permalink | 2 comments
giovedì 18 dicembre 2008
Potresti essere tu#2
Sono giorni che non hai nemmeno più un giorno di riposo. E sai che per altri giorni non l'avrai. Vai a dormire di sera che non te ne accorgi nemmeno, di addormentarti. E ti svegli al mattino che ti sembra di non aver mai dato riposo al cervello, ai pensieri, ai guai. Ti alzi a fatica. Ti lavi a fatica. Ti vesti a fatica. Con fatica tirerai fuori la macchina dal garage e ti avvierai dove ti devi avviare. Dopo una lauta colazione fatta al bar ti sentirai un po' meglio, e forse ti chiederai da dove ti è arrivata tutta quella fame, visto che, ultimamente, lo stomaco ti si chiude spesso, a intermittenza. Pensi che forse si tratta di fame nervosa e che vuoi andare a riempire un vuoto per compensare il mancato riempimento di altri vuoti. Ma poi pensi che non fa mai bene pensare tanto, e così smetti di farlo. Vai a lavorare e cerchi di essere il più disinvolto possibile. Dopo un po' ti lasci trascinare dall'impegno e dall'energia che richiede il mestiere odierno, e non ti pesa nemmeno tanto. Nella pausa pranzo mangi un pezzo di focaccia, divorandolo. Ti viene anche voglia di patatine, così entri in uno di quei posti dove fanno le pizze di plastica e chiedi una vaschetta delle di cui sopra Il ragazzo che hai davanti ti riempie la famigerata vaschetta direttamente con le mani, nude, dopo averle messe chissà dove. Per qualche istante pensi anche di scappare, in preda allo schifo, ma poi il ragazzo mette le patatine nella friggitrice, si gira, e capisci di non avere più via di scampo. Speri che la cottura elimini un po' di batteri e che il gusto sia gradevole. Ma non ci vuole molto a capire che in quel posto tutto è di plastica: la pizza, e ora sai con certezza che anche le patatine lo sono. L'unica cosa che avrebbe dovuto esserlo - un qualsiasi aggeggio utile a riempire di patatine in maniera igienica l'apposito contenitore - non lo è stato. E va beh, non si può avere tutto dalla vita; come al solito. Manca ancora una mezz'ora al termine della pausa pranzo. Così ti rechi in libreria e ti perdi a fantasticare tra i titoli e le copertine. Ad un certo punto noti un libricino, dietro ad altri, che avrebbe potuto benissimo passare inosservato, e invece così non è stato. Chissà perché. Forse è per via di quella teoria che ogni tanto tiri fuori; quella secondo la quale non sono le persone a scegliere i libri, ma i libri a scegliere le persone... Il titolo del libro è Il correttore di bozze. Lo trovi ironico, considerato che il mestiere odierno ha qualcosa di simile a quello di un correttore di bozze, dato che ha a che fare con la scrittura e con le altrui parole. Lo compri, considerandolo un piccolo regalo che ti concedi. E ti dispiacerà di non potergli dedicare subito la dovuta attenzione. Purtroppo, il dovere viene prima del piacere. Dopo un pomeriggio di mediazione tra la fatica fisica e mentale torni a casa, su di un autobus in cui non vi è nulla che non abbia un odore sgradevole e in cui non puoi fare a meno di notare, contro la tua volontà, che le persone sono fastidiosamente rumorose e logorroiche. Scendi dall'autobus e la prima parola che ti viene in mente è "finalmente", ma l'odore nauseafognabondo che ti arriva dritto nelle narici ti contraddice all'istante, e ti domandi come cazzo è che in questo quartiere non ti possa soddisfare nemmeno l'aria che respiri. Dentro le tue quattro mura non fai nemmeno in tempo a spogliarti che ti assale nuovamente la fame. Ingurgiti una quantità spropositata di baci di dama. Smetti per rispondere al telefono. Dall'altra parte ti chiedono cosa c'è che non va, e tu vorresti dirlo; lo vorresti proprio dire. Ma in cuor tuo sai di non potere, così tergiversi e porti il discorso proprio lì dove avresti voluto che rimanesse. Sfogarsi non è sempre una soluzione. Ti prendi un po' di tempo, prima di rimetterti al lavoro, perché il mestiere odierno richiede attenzione anche una volta finito l'orario ufficiale di lavoro. Ti prendi un po' di tempo, pur sentendoti in colpa, ma volevi proprio dedicare una manciata di minuti alla tua persona. Facendo una delle cose che ti piacciono. Magari leggere. Magari scrivere. Ma sai che più cercherai di appagarti col piacere e più farai fatica ad assolvere al dovere. Così ti rassegni. La prima parolea che ti viene in mente è "vomitare". E inizi già a pensare a quando potrai coricarti, al caldo e al comodo. Ma nemmeno in quel momento saprai se desiderare che il domani arrivi in fretta, per poter porre un'altra tacca sul muro, o se sperare che arrivi il più tardi possibile.


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posted by buИCiA at 19:34 | Permalink | 10 comments
lunedì 25 agosto 2008
Pensavo peggio
Entro all'interno del palazzo dove lavoro che sono esattamente le 8,30. Qualcuno mi informa già del lavoro che dovrò fare per lui (o al suo posto...), qualcuno mi accoglie con una bomboniera per la nascita di un bimbo (lo stesso di prima) e qualcuno fa battute ironiche sul fatto che sono stata un po' (ma solo 15 giorni!!) in ferie (e qui ricade nuovamente quello delle due frasi di cui prima).
Entro nel mio ufficio, pensando che dà lì a poco arriveranno coloro che con me condividono quelle quattro pareti (ma a dirla tutta sono io che le condivido con loro). Passano le 9 e ancora non arriva nessuno. Possibile che abbiano deciso tutti di andare in ferie proprio quando torno io?! L'idea di rimanere l'intera mattina da sola, se in altre occasioni non mi sarebbe dispiaciuta, oggi mi fa provare un certo senso di solitudine. Non sempre riesco a sostenere la mia stessa compagnia senza il supporto di qualche compagnia altrui. Il peso dei pensieri può essere devastante, a volte. E l'idea comincia a inquietarmi un po'.
Vado a fare un fax. E quando ritorno sento la voce di uno dei miei attesi colleghi. Una delle parole che riesco a distinguere è ciulare... Sorrido. E proseguo verso l'ufficio.
Seguiranno i racconti delle vacanze, il caffè, altri saluti contenti nei confronti di altre facce che non si vedevano da un paio di settimane, e... sì, tra le altre cose, seguirà anche un po' di lavoro. Che non guasta mai, quando c'è, se serve a far trascorrere il tempo e non è troppo ripetitivo. Seguirà anche un pezzo di focaccia dolce. E poi arriverà l'ora di andare a casa... E ciao, a domani.
Se tutti i lunedì fossero così... Se tutti i rientri dalle vacanze fossero così...
La giornata è leggere e non è affatto male. Pensavo che il rientro dalle vacanze fosse più traumatico. Pensavo peggio. E invece. Le aspettative disattese possono portare con sè conseguenze positive.
E, ad oggi, manca poco più di un mese alla fine del mio lavoro lì. Ma per ora faccio che non pensarci. Per ora si ricomincia.
E questo è quanto.

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