i miei pensieri, nell'etere
giovedì 17 gennaio 2008
Leggero
La mia giornata comincia così. Con la sveglia che suona alle 5 e un quarto. Ed io che mi alzo pensando di dover andare a lavorare anzichè a dare l'esame.

Il cervello mi fa male nella parte superiore, da tanto ho sonno. Ho bisogno di una doccia calda, che mi svegli e mi conforti allo stesso tempo. Problema: l'acqua esce ghiacciata e non c'è verso di farla venire calda. Così, dopo qualche imprecazione, decido che devo svegliare mia mamma (lei è la maga del termostato, e infatti riesce ad accendere la caldaia. E l'acqua calda, finalmente, arriva). Questo piccolo incidente mi causa un po' di ritardo sulla tabella di marcia e alle 6 in punto esco di volata da casa per non perdere l'autobus che passa alle 6, 05. Ma, ovviamente, l'autobus è in ritardo. E allora in stazione faccio il più in fretta possibile per fare il biglietto e fiondarmi sul binario. Anche il treno è in ritardo??? NO, il treno è puntuale. Ma è in condizioni indecenti (e che lo racconto a fare?! Già si poteva immaginare!).

Arrivo a Porta Nuova e piove. Come pioveva anche qua. Brucio un po' della mia vita mentre aspetto l'autobus.

Arrivata all'uni decido che, prima di stazionarmi davanti all'aula, devo ingurgitare un po' di zuccheri al solito bar dove vado a fare colazione prima degli esami. Ma, dirigendomi verso il bar, infrango due rituali che invece andrebbero rispettati:
1- guardo la punta della mole (leggende metropolitane da universitari suggeriscono di non guardarla nel giorno dell'esame... ma io come faccio a non guardarla, dopo un mese che manco da Torino?!?);
2- trovo il bar chiuso (e anche questo è grave, perchè mangio sempre una brioches per colazione, nel giorno dell'esame; anzi, nei giorni di tutti gli altri esami, tranne questo!).

Questa serie di sfighe non mi fanno ben sperare...

Mi accontento di una merendina presa alle macchinette e mi appropinquo verso l'aula...

Lì trovo qualche ragazza in assetto da ripasso selvaggio. Cominciano le solite domande da "E' qui l'esame di..?", "Tu che libro porti di quelli a scelta...?". Mi piace l'atmosfera che si crea in queste situazioni. Perchè si crea complicità. Si comincia a parlare con ragazzi e ragazze che magari non si conosceva, e poi li si ritroverà, forse, un domani.

Della specialistica siamo solo in due. Così ci sediamo vicine e cominciamo a parlare; ripassiamo un po' insieme finchè non arriva il professore. Comincia l'appello. Speravo di passare tra i primi, in modo da riuscire ad andare alla facoltà di Economia, dove devo registrare un altro esame, e poi prendere il treno per tornare indietro e andare a fare un po' di ore in ufficio. E invece no! Io e l'altra ragazza saremo tra le ultime. Così decido di fare un fugone. Prima il 61 e poi il 4... Sono ansiosissima, vorrei riuscire a pensare alle cose che ho studiato, ma non riesco. Trascorro venti o trenta minuti tra bus e tram, e riesco solo a pensare che devo fare il più in fretta possibile per essere nuovamente alla facoltà di Lettere!

E come volevasi dimostrare... la professoressa è in ritardo. Di circa venti minuti. Nel frattempo arriva un ragazzo con la divisa da militare. Anche lui aspetta la prof. Ha un simpaticissimo accento romano. Ed è piuttosto carino. Qualcuno tira fuori un foglio per segnare l'ordine di arrivo con cui la professoressa riceverà gli studenti. Io non mi segno, perchè devo solo registrare, ma vorrei andare a vedere come si chiama il militare... Vorrei sapere il suo nome. Intanto arriva la professoressa, io entro nel suo ufficio, e quando esco il ragazzo è seduto proprio lì, accanto al tavolo con il foglio. Sarei troppo sgamabile. Niente da fare. Ciao ciao ragazzo carino; rimarrai un ragazzo carino senza nome.

Siccome si è fatto davvero tardi, decido di chiamare un taxi anzichè riprendere tram e bus e ripercorrere il tragitto al contrario. So che spenderò un po' di soldi (ricordatevi questo particolare, perchè sarà un gancio, più avanti nella storia...), ma devo proprio arrivare puntuale.

Il tassista comincia a parlare. Si sente proprio che è un torinèse, mi piace la sua cadenza. Io adoro l'accento torinese. Mi parla del tempo, della pioggia, della neve... Di quando viveva un po' fuori Torino, in una casa indipendente con giardino... Di come curava le sue piante, e di come una volta ha insistito, contro il parere di un giardiniere professionista, per non potare una pianticella... Mi parla di come la innaffiasse di continuo, per farla sopravvivere, finchè c'era un po' di verde... E "Alla fine ce l'ha fatta?". Si, ce l'ha fatta. La pianticella non è morta.
Il tassista mi parla guardandomi dallo spechietto retrovisore. Mentre parla, sorride. Parla delle cose più semplici del mondo, e magari lo fa per tutta la durata del suo turno con chissà quante persone. Magari lo fa ripetendo sempre le stesse cose. Magari lo fa solo per farsi passare il tempo. Eppure. Eppure a me sembra felice. Lui è felice. E' felice anche in una giornata umida, e uggiosa, e storta come questa. Questo tassista, in questo momento, è la persona più felice del mondo. Ed io vorrei essere come lui.

Siamo quasi arrivati vicino a Palazzo Nuovo, quando mi fa una domanda. La domanda. "Ti piace Torino?". Eeeeh, se mi piace. Potrei star qua a parlare di questa città per ore, sul perchè mi piace... Ma siamo arrivati. E il mio esame attende.
Totale della corsa: 13 euro e 30, "... facciamo 13". Senza pagare una corsa in taxi!! (Ecco, questo era il momento del gancio...).

Giunti a questo punto, rimane poco da dire. Io raggiungo la ragazza che mi aveva fatto compagnia all'inizio. C'è un'attesa da sclero che dura meno di quanto a me sembri. Poi viene il mio turno. Il professore non parla molto, ma annuisce. Tre domande. Tre risposte che ci prendono. L'esito è positivo. Moooooolto positivo. E il mio libretto oggi mostra la presenza di un esame in più. Il ventunesimo sostenuto durante la specialistica, per la precisione. Sarà oltre il cinquantesimo in questi cinque anni di università.

Esco fuori e piove. Sono tranquilla. Sono contenta. Non mi pesa nemmeno dovermi rifare un'ora e un quarto di treno e dover andare a lavorare, poi. Sto bene. Cammino sotto i portici di Via Po. Poi prendo Via Lagrange per dirigermi verso la stazione.
Fuori piove. Ho l'ombrello nello zaino ma non lo uso. Solo il cappuccio tirato su. Adesso mi va di camminare sotto la pioggia. Adesso mi piace camminare sotto la pioggia. Perchè fuori piove, ma dentro è tutto più leggero.


E stasera festeggio mangiando pizza e patatine fritte.
Festeggio.
Perchè mi manca solo un esame!



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posted by buИCiA at 09:18 | Permalink |


4 Comments:


  • At 17 gennaio 2008 01:01, Blogger vinci

    parola dopo parola, immagine dopo immagine, mi dicevo "vabbè, ora arriva, ora lo dice, lo dice, sì, vinci, tranquillo, ora lo dice..." e invece niente...ti sei dimenticata di una parola...che delusione...la parola magica

     
  • At 17 gennaio 2008 01:40, Anonymous Anonimo

    ...inzist!

     
  • At 17 gennaio 2008 10:40, Blogger onigiri girl

    carina la storia :)
    tieni stretto l'ultimo esame, quando finiscono... beh, se ne senta la mancanza. cosa studi? cosa "lavori"? più racconti e più mi rendi curiosa. buonagiornata!

     
  • At 17 gennaio 2008 12:04, Blogger Simo

    Credo anche io che mi mancheranno... come ho sentito una sorta di vuoto quando ho finito di seguire tutte le lezioni.

    E' una di quelle situazioni in cui non si vede l'ora di arrivare alla fine... e allo stesso tempo se ne ha un po' paura...